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La Storia
Adalbert De Vogüé
Le regole monastiche antiche si sono ispirate alla sacra scrittura, in modo speciale all’Evangelo, in quanto la Bibbia è considerata norma diretta per giungere a Dio (RB LXXIII, 3)[2]. Esse però sono debitrici anche alla tradizione cattolica testimoniata dai padri ortodossi: «Per chi ha fretta di giungere alla perfezione della vita religiosa, esistono gli insegnamenti degli antichi padri, la cui osservanza può condurre l’uomo al grado più alto della santità. Quale pagina, infatti, o quale parola dell’antico o del nuovo testamento, scritta sotto l’ispirazione di Dio, non costituisce per la vita dell’uomo la più retta delle norme? O quale libro dei santi padri della chiesa cattolica non è un grido che ci spinge a percorrere la via diritta che conduce al nostro Creatore?» (RB LXXIII, 2-4).
1. Le fonti
Per quanto concerne la preghiera, il NT, in particolare, raccomanda di pregare continuamente, senza stancarsi (Lc 18, 1; ITs 5, 17) e mostra Gesù e gli apostoli, assidui alla preghiera. Per tale ragione i padri e i maestri dei monaci inculcano la necessità della preghiera personale e determinano con norme precise lo svolgimento della preghiera comunitaria.
a) Cassiano sotto l’influenza di Tertulliano.
Fra i più insigni teorici della preghiera nel mondo monastico d’occidente, deve essere citato innanzi tutto l’abate di Marsiglia, Cassiano. Egli ha studiato le due grandi forme della preghiera, legandole l’una all’altra: l’ufficio comune (Inst. II-III) e la preghiera personale (Conl. IX-X).
Costatando che il NT non da che una regola «Pregate senza interruzione» (Lc 18,1; ITs 5,17), egli raccomanda tuttavia la pratica già in uso tra i fedeli ferventi di celebrare, oltre le preghiere «obbligatorie» del mattino e della sera, le ore di terza (al mattino), sesta (a mezzogiorno) e nona (nel pomeriggio). Oltre ai grandi ricordi biblici che vi si trovano, queste ore hanno il vantaggio di richiamare – a intervalli regolari – il dovere di pregare senza interruzione che esse permettono di riempire in maniera almeno incoativa, aperta a una realizzazione più continua.
b) Pregare continuamente.
Dovunque i momenti dell’orazione o della lettura, riservati a Dio ogni giorno, sono messi in rapporto con il richiamo scritturistico a pregare o a meditare senza interruzione.
2. La preghiera comune
Da private e spontanee che erano, le celebrazioni diventano comuni e obbligatorie, mentre il loro contenuto più o meno indeterminato finora, prende la forma precisa di un ordo immutabile.
a) La struttura della preghiera comunitaria.
In pratica questo ordinamento dell’ufficio comporta ovunque due elementi di base: il salmo e l’orazione, la cui alternanza costituisce la trama di ogni celebrazione. Dopo ogni salmo, ci si ferma per pregare in silenzio. Conclusa o no da una preghiera del presidente, questa preghiera silenziosa di tutti i presenti, è l’elemento più importante dell’ufficio, quello che gli procura il nome di preghiera (oratio). Quanto alla recita dei salmi, non è – nel linguaggio proprio – una preghiera, ma piuttosto una preparazione e un invito alla preghiera. Inteso come parola di Dio, il salmo suscita in risposta, nel tempo di orazione che segue, la preghiera propriamente detta. Una omelia di Cesario di Arles, indirizzata ai laici (Serm. LXXVI, 1, è per noi la miglior spiegazione di questo senso, dato allora da tutti, secolari e monaci, alla coppia salmo-orazione, di cui l’ufficio monastico ha sfortunatamente perduto molto presto e fino ai nostri giorni il secondo e principale elemento.
b) Rapporto tra preghiera, lettura e lavoro.
La preghiera comune occupa dunque un posto molto diverso nella giornata del monaco, secondo come si vive in Gallia o in Italia. Nel primo caso, assorbe una gran parte del tempo. Nel secondo lascia più spazio agli altri due elementi costitutivi dell’orario monastico: la lettura e il lavoro, essendo l’una e l’altro interrotti da preghiere brevi e frequenti.
c) La preghiera in ognuna delle dodici ore del giorno.
Mentre la laus perennis si propagava in numerosi grandi monasteri maschili e femminili, la preghiera regolare ha conosciuto un altro sviluppo impressionante in Spagna. Secondo Fruttuoso di Braca, i monaci devono celebrare non solo le 8 ore canoniche osservate comunitariamente, ma anche sette uffici intermedi di carattere privato[3], in modo che nessuna delle 12 ore del giorno passi senza una preghiera della regola. Da parte sua, il monachesimo irlandese, propagatosi nel continente, vi ha introdotto una quantità di salmodie considerevoli, almeno all’ufficio notturno.
3. La preghiera privata
Come la lode perpetua e il canone egiziano dei dodici salmi, l’aspirazione a una preghiera personale incessante è un fatto orientale che non è rimasto senza effetto o parallelo in occidente. Si trova qualcosa di analogo a Marmoutier alle porte di Tours, dove gli ottanta monaci, riuniti attorno a Martino, «si dedicano all’orazione» tutto il giorno senza lavorare, eccetto i più giovani (Sulpicio Severo, Vita Martini X). Un po’ più tardi, verso il 400, i monaci di Cartagine sono turbati da individui che esaltano la disoccupazione per dedicarsi senza sosta ad occupazioni puramente spirituali (Agostino, De opere monachorum). Alla fine del V secolo un monaco siriano di nome Isacco arriva a Spoleto e fa colpo perseverando in preghiera giorno e notte (Gregorio, Dial. III, 14).
a) Equilibrio tra preghiera e lavoro.
Di fronte a questi eccessi, il monachesimo latino ha elaborato, nella linea dei migliori autori orientali, una dottrina equilibrata del lavoro e della preghiera, fondata principalmente su alcuni passi paolini che sostengono l’ideale dell’orazione perpetua, esigendo però che il monaco si sforzi di guadagnarsi la vita col lavoro. Anche su questo punto Cassiano è forse il miglior interprete del pensiero comune (Inst. X). Anche quando scrive il sublime trattato della preghiera per gli eremiti, vi inserisce alla fine una raccomandazione del «lavoro incessante» (Conl. X, 14). Per lui, tra lavoro e preghiera non c’è contrasto. A condizione di mantenersi nei limiti del necessario (Conl. IX, 5-6), il lavoro è un aiuto per la preghiera, perché assicura la stabilità del monaco e permette al suo spirito di concentrarsi. Lavorare con le mani recitando le Scritture, è questa la doppia attività incessante del cenobita egiziano che gli procura la sua qualità contemplativa eccezionale (Inst. II, 14; cf. II, 12, 2 e III, 2). Effettivamente è indispensabile «meditare» cioè recitare la Scrittura imparata a memoria, pur lavorando. Questa «meditazione», nel corso del lavoro, prolunga il tempo della lettura quotidiana – in genere tre ore – e assicura l’ascolto continuo della parola di Dio. A questa il monaco risponde con brevi orazioni, fatte così spesso, come il suo cuore detta e il lavoro permette.
b) L’unità nella vita del monaco.
La giornata monastica è così di una unità perfetta. Dal mattino alla sera il monaco ascolta Dio che gli parla, e a sua volta gli parla rispondendogli. Questo dialogo continuo ha luogo tanto durante le tre ore di lectio, quanto nel corso del lavoro manuale, nell’andare e nel venire, nei piccoli fatti e nelle azioni della vita corrente. Come l’operaio porta con sé un transistor, il monaco ha senza sosta alle orecchie e nel cuore la parola divina per rispondergli ad intervalli nella preghiera.
Questa unificazione della vita monastica per il dialogo con Dio è ancora più evidente se si prendono in considerazione l’ufficio e il pasto. L’«opera di Dio» è fatta di salmi e di orazioni. Come dire che la struttura dell’ufficio è identica a quella dei tempi della lectio divina e del lavoro accompagnato da «meditazione». L’ascolto della parola divina, che sia letta, recitata o salmodiata, precede e suscita sempre la risposta della preghiera. In questa trama uniforme gli stessi pasti non provocano un’interruzione: mentre i corpi si ristorano, la lettura fatta ad alta voce nutre le anime con la parola di Dio. La vita monastica è dunque semplice. Secondo il significato più profondo del nome monaco (deriva da mónos = uno), essa si unifica in un dialogo continuato dell’anima con Dio. L’abate Isacco, portavoce di Cassiano, l’aveva detto bene in una frase stupenda, il cui tenore letterale è intraducibile: «Tutta la finalità del monaco, tutta la perfezione del suo cuore è tendere alla preghiera continua, ininterrotta» (Conl. IX, 2).
c) Unità della preghiera personale e della preghiera comune.
Lo stesso carattere di unità si imprime nei diversi modi della preghiera monastica. Per gli antichi preghiera comune e orazione privata non differiscono in maniera profonda. L’orazione personale e silenziosa era al centro della prima, mentre la recita della Scrittura sosteneva la seconda.
d) Ascoltare e rispondere.
Da questa coppia inseparabile, vero ritmo respiratorio della preghiera antica, si trova una espressione completa in due massime consecutive dell’«arte spirituale» del Maestro o degli «strumenti delle buone opere» di Benedetto: «Lectiones sanctas libenter audire – Orationi frequenter incumbere» (RM III, 61-62; RB IV, 55-56). «Ascoltare volentieri le sante letture» conduce a «prostrarci frequentemente per pregare». Illuminate dalle molteplici formule analoghe che si trovano in Gerolamo e in Cesario d’Arles, queste due massime riassumono bene ciò che si può chiamare il metodo dell’orazione del monachesimo primitivo.
e) Sobrietà della preghiera.
La concisione è in effetti, agli occhi dei monaci antichi, una delle note della preghiera autentica, conformemente al precetto dell’Evangelo (Mt 6, 7). Ma Cassiano le associa la frequenza (Inst. II, 10, 3; Conl. IX, 36, 1) e Benedetto la purezza (RB XX, 4). Per quest’ultimo d’altronde, non è vietato pregare più a lungo quando ci si sente spinti dalla grazia divina
f) La preghiera fatta con compunzione e lacrime.
Cassiano e Benedetto raccomandano inoltre di pregare a voce bassa (Inst. II, 10, 2; Conl. IX, 35; RB LII, 4) e il primo con numerosi esegeti dell’antichità fonda questa raccomandazione sul precetto di «chiudere le porte», quando si prega (Mt 6, 6). La «compunzione» e le «lacrime» accompagnano anche la preghiera ogni volta che Benedetto parla di questa (RB XX, 3; XLIX, 4; LII, 4). Del resto, la «compunzione del cuore» non prelude alla conversione e non è stato il frutto della prima predicazione apostolica? (At 2, 37). Come gli uditori di Pietro la mattina di Pentecoste, i monaci che sentono la voce di Dio nella Scrittura, devono «averne il cuore trafitto» e rispondere pregando con le lacrime[4].
Suor Antonella Sana
Traduzione dal francese di Anna Loridiana.
1- Cf. A. De Vogüé, Prière dans le monachisme occidental primitif, vol. VI del «Dizionario degli istituti di perfezione», Roma.
2- La sigla RB indica la regola di S. Benedetto (Regula Benedicti), mentre la sigla RM indica la regola del Maestro (Regula Magistri).
3- Ora seconda, quarta, quinta, settima, ottava, decima e undicesima.
4- Cf. C. Butler, Western Mysticism, London 1926; A. de Vogüé, Orationi frequenter incumbere. Une invitation a la prière continuelle, in RAM 41 (1965), 467-472; Id., La Règle de saint Benoît, VII: Commentaire doctrinal et spirituel, Paris 1977, 184-240. 338-359; Id., Lectiones sanctas libenter audire. Silence, lecture et prière chez saint Benoît, in «Benedictina» 27 (1980), 11-26; Id., La Règle de saint Benoît et la vie contemplative, in Saint Benoît sa Vie et sa Règle. Études choisies, Bellefontaine 1980.