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Lepanto

Il Rosario

Lepanto è il momento culminante di una “Grande guerra del Mediterraneo” dove cattolici e mussulmani si diedero battaglia per un secolo. La vittoria della flotta cristiana attribuita anche alla potente intercessione di Maria, invocata con la recita del Rosario.

All’alba del 7 ottobre 1571 aveva inizio, nelle acque di Lepanto, porto della costa ionica, situato di fronte al Peloponneso, una delle più grandi battaglie navali della storia, frutto glorioso degli sforzi della Cristianità controriformistica. Non pare affatto fuori luogo ricordarne l’anniversario nel modo più serio, cioè inquadrando l’evento nella situazione del Mediterraneo negli anni immediatamente precedenti, così da poterlo meglio valutare nella sua portata e nel suo significato.
In effetti, Lepanto è il momento culminante di una “Grande guerra del Mediterraneo” dove cattolici e musulmani si diedero battaglia per un secolo circa.
Dopo la presa di Granada, il 2 gennaio 1492, il re Ferdinando d’Aragona continuò l’offensiva contro i mussulmani, espugnando le basi dalle quali i moriscos, espulsi dalla Spagna, partivano per saccheggiare le coste cristiane, ma le conquiste spagnole furono fermate dal nuovo capo dei pirati di Algeri, Kair ed din, detto Barbarossa, crudele, ingegnoso spericolato.
Le armate turche del sultano Solimano il Magnifico erano state bloccate nei Balcani dopo l’infruttuoso assedio di Vienna del 1529, ma i successi di Barbarossa diedero a Solimano l’opportunità di colpire l’Europa cristiana dal mare secondo modalità strategiche ben collaudate. Le guerre di conquista ottomane consistevano sempre in una prima fase di scorrerie che indebolivano il potenziale economico e umano del paese aggredito, fino all’offensiva finale delle truppe regolari che completavano la conquista e, grazie al bottino, facevano sì che la guerra alimentasse la guerra.
Nella prima metà del Cinquecento la guerra del Mediterraneo si fece più brutale che mai, fatta di assedi, battaglie campali e abbordaggi nei quali lo sconfitto aveva una sola alternativa: o la morte o il remo della galera nemica. La svolta avvenne col disastro dell’isola di Djerba nel 1560, dove il re Filippo II perse il più e il meglio del proprio esercito e della flotta. Non solo la Spagna, ma tutto il sud Europa rimasero indifese davanti a un’eventuale invasione che, però, mancava ancora di una base fondamentale: l’isola di Malta, difesa dai cavalieri dell’Ospedale di San Giovanni, che resistette al grande assedio del 1565.
Solimano morì l’anno successivo e il suo successore, Selim II, detto l’Ubriacone, del tutto privo di capacità di governo, era però eccellentemente supportato da uno staff di comandanti di ottima levatura e, in particolare, dal Gran Vizir Sokolli. Così, quest’ultimo, fedele alla strategia ottomana di attaccare un solo avversario alla volta, sfruttando le divisioni del mondo cristiano, mantenne la pace con l’impero e dichiarò guerra a Venezia con l’obiettivo di conquistare Cipro. Il 9 settembre 1570 Nicosia venne presa e la popolazione sterminata o fatta schiava, mentre la piccola Famagosta continuò a resistere per tutto l’inverno. Solo il 25 maggio 1571 papa Pio V riuscì a vincere le diffidenze di spagnoli e veneziani e riuscì a costituire una Santa Lega, atta a mettere in mare una flotta abbastanza numerosa e combattiva da sconfiggere quella turca.
Il nuovo ammiraglio ottomano, l’aggressivo, capace e ambizioso Alì Pascià aveva intrapreso un grande piano strategico per dividere le forze cristiane e attirare in una trappola la flotta veneziana. Nel giugno del 1571 era stata eseguita una scorreria su Creta, seguita da altre, sempre più pesanti sulle isole di Zante e di Cefalonia mentre una flotta incrociava addirittura al largo di Venezia. Alla fine dell’estate, dopo la caduta di Famagosta e il martirio del suo comandante Bragadin, tutta la flotta ottomana era concentrata a Lepanto, una base navale ben protetta dove poter svernare in attesa di attaccare direttamente l’Italia. La flotta della Lega, intanto, si era concentrata a Messina e ci volle tutta la diplomazia e il fascino personale di don Giovanni d’Austria, figlio di Carlo V e fratellastro di Filippo II, per tenere insieme un’alleanza fragilissima. Era improbabile che questa resistesse per tutto l’inverno e il risultato sarebbe stato scontato: la flotta ottomana avrebbe potuto colpire in un punto qualsiasi della costa adriatica. E allora chi avrebbe potuto impedire l’attacco di Venezia o l’invio di un corpo di cavalleria verso la stessa Roma? Fu così che don Giovanni concluse l’ultimo consiglio di guerra, il 16 settembre, dicendo: “Andiamo a stanarli”: quel giorno 200 galee salparono da Messina e a tutti, marinai e soldati, fu dato un rosario. Era la nuova, austera religiosità della Controriforma, che trasformava, partendo da quei combattenti, l’Europa intera.
Domenica 7 ottobre, alle 7,30 del mattino, la flotta ottomana venne avvistata e le galee della Lega si schierarono a battaglia. Quello ottomano era uno strumento di guerra di altissimo valore, ma ancora medioevale e la flotta cristiana reagì con innovazioni tecniche e tattiche proprie dell’età moderna, puntando sulla potenza di fuoco di artiglierie e moschetti, sull’impiego dei rematori come fanteria d’abbordaggio (quelli sulle navi ottomane erano in gran parte prigionieri di guerra) e sulla forza d’urto di sei imponenti galeazze veneziane. Mentre le vele turche si avvicinavano lentamente, sulle galee cristiane soldati e marinai sgranavano il rosario nel più assoluto silenzio.
Don Giovanni compì l’ultima ispezione allo schieramento su una veloce fregata passando davanti agli equipaggi, ricordando la natura divina della causa per cui combattevano e che il Crocifisso era il vero comandante.
Alle undici del mattino, quando ormai le flotte erano a tiro, il vento di terra che aveva gonfiato le vele ottomane cambiò e cominciò a soffiare in poppa alle navi cristiane, proprio durante la recita del Rosario.
Poi la parola fu ai cannoni. I pezzi ottomani sparavano alto sopra le vele, ma le artiglierie cristiane, su suggerimento di Gian Andrea Doria, tiravano basso, sotto la linea di galleggiamento, eliminando una galea dopo l’altra dalla linea di combattimento. Le galeazze poste all’avanguardia delle rispettive flotte irruppero nello schieramento turco sparando con tutti i pezzi e seminando la strage, mentre l’ala sinistra cristiana, composta da 63 galee veneziane al comando di Agostino Barbarigo si scontrò coi 56 vascelli di Mehemed Soraq. I turchi tentarono di andare all’abbordaggio, ma furono abbattuti a mucchi dalle pesanti raffiche degli archibugieri del reggimento di Sardegna. Poi i sardi balzarono sull’ammiraglia di Alì Pascià e don Giovanni con loro, maneggiando lo spadone a due mani. Dopo una lotta furibonda, Alì venne ucciso e la sua testa infilzata su una picca; stessa sorte ebbe Mehemed Soraq, la cui divisione era stata annientata da Agostino Barbarigo, che, a propria volta, fu colpito da una freccia in un occhio e spirò a vittoria conseguita.
A sera la battaglia era terminata. La Lega aveva perduto 15 galee, 7.000 cristiani erano morti e ben 21.000 feriti, ma la flotta ottomana era stata praticamente annientata: 40 navi affondate, 110 catturate, 3.000 prigionieri, 30.000 tra morti e feriti. Più di 12.000 schiavi vennero liberati e Marcantonio Colonna li condusse in pellegrinaggio al santuario di Loreto dove gli ex-galeotti deposero per voto le proprie catene, così che, da quei ferri, vennero ricavate le cancellate che ancora oggi adornano le cappelle interne.
A Roma, la sera del 7 ottobre, papa Pio V ebbe la netta percezione della vittoria e lo comunicò ai suoi collaboratori, e la sensazione che tale trionfo non fosse dovuto unicamente a fattori umani fu unanime, così che quella data divenne la festa della Madonna del Rosario.
L’Europa cattolica aveva superato la sua prova più ardua e se è vero che a combattere furono soprattutto italiani e spagnoli, anche 5.000 mercenari tedeschi vi presero parte, insieme a volontari provenienti da ogni angolo della Cristianità, Inghilterra compresa.
Il prosieguo della guerra fu poco esaltante: la Lega e soprattutto Filippo II non ebbero la volontà di sfruttare il successo e Venezia concluse una pace separata con gli ottomani nel 1573, cedendo Cipro e pagando un’indennità di guerra di 300.000 zecchini. La flotta turca, ricostruita in pochissimo tempo con materiale scadente, restò a marcire nei porti e costò al sultano quasi come una seconda Lepanto. Tali danni fecero sì che la potenza navale ottomana fu infranta per sempre, per quanto le scorrerie dei pirati continuarono almeno fino al 1830, anno della presa di Algeri.
Dunque tale sforzo eroico fu tutto inutile? In realtà, per capire la portata dell’avvenimento, bisognerebbe domandarsi cosa sarebbe successo se la vittoria non ci fosse stata: non solo tutte le posizioni veneziane sarebbero cadute, ma tutta l’Italia, forse anche la Spagna, sarebbero state in balia dei turchi. Considerando tale terrificante prospettiva si può comprendere appieno la gioia dei popoli cristiani all’arrivo della notizia e le celebrazioni fatte un pò dappertutto che riecheggiano nella festa che celebriamo ancor oggi. Il senso di liberazione provato a livello popolare (laddove persisteva un nobile spirito di crociata) testimonia la gravità del pericolo e la crucialità di quella vittoria, che ha deciso gli stili di vita delle generazioni future, sino ai nostri tempi.

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